Vi sono mille aurore che devono ancora risplendere
La strano titolo di questo post non è altro che un intreccio quanto mai cacofonico tra Woyzeck e Don Chisciotte. L'oggetto di questo post è, dunque, ciò che accomuna i protagonisti delle omonime opere. Entrambi sono degli allucinati, uno della vista, l'altro dell'udito. Non è un caso, giacché con l'ottocentesco Woyzeck la ricollocazione del senso teoretico dalla vista all'udito è ormai compiuta. Eppure Woyzeck potrebbe essere una sorta di Chisciotte della contemporaneità. Il segno terribile che li accomuna e li rende così atrocemente simili è la persecuzione che ha la sua scaturigine dall'inganno dei sensi e degli altri. Don Chisciotte prova a difendersi in più occasioni, anzi a volte risulta pericoloso, in quanto a seconda di cosa gli parrà di vedere non lesinerà colpi a nessuno; Woyzeck è per lo più inoffensivo, succube, indifeso. Le loro donne sono donne dappoco; Dulcinea è spesso letteralmente sputtanata; Marie è in fondo una poveraccia, ha bisogno di soldi, sogna davanti al primo tamburmaggiore che le capita a tiro; è una maddalena, patetica e grassoccia, da brava donna del popolo.
Don Chisciotte, qualunque cosa se ne dica, e nonostante le interpretazioni romanticheggianti, è un povero disgraziato che non comprende come vadano le cose in questo mondo; pure i suoi sogni non hanno alcun collegamento con la realtà né presente né passata (del resto, altrimenti, che sogni sarebbero?). Woyzeck subirà le conseguenze sulla sua pelle e colpirà l'unico essere più debole di lui, ossia Marie; non è un eroe e neanche un anti-eroe, come lo è Chisciana. Woyzeck ha chiara solo una cosa (ed è l'unica citazione che farò da entrambe le opere); ha chiara l'equazione tra denaro e moralità:
«Siamo dei poveracci. Vede, signor capitano, è questione di soldi, soldi. Chi non ha soldi come fa a mettere al mondo un suo simile con la moralità. - Siamo fatti di carne e sangue anche noi. Noi siamo però comunque infelici, in questo mondo come in quell'altro. Se andiamo in paradiso mi sa che dobbiamo aiutarli a fabbricare i tuoni.
[...] Sì, signor capitano, la virtù! Non è che ci capisca tanto. Vede, noi poveracci la virtù non ce l'abbiamo, noi seguiamo solo la natura; però se fossi un signore distinto, se avessi un cappello, un orologio, una redingotte, se sapessi parlar fino, allora sì mi piacerebbe avere la virtù. La virtù dev'essere una gran bella cosa, signor capitano. Ma io sono un povero diavolo» (G. Büchner, Woyzeck, Garzanti, Milano 2007, pagg. 27-29).
Don Chiosciotte e Woyzeck sono perseguitati da tutti, perfino da chi li dovrebbe aiutare; vi sono tante occasioni in cui l'hidalgo muove ad una finta compassione i nobili ed i vecchi conoscenti; ma questi alla prima occasione lo deridono, si fanno beffe di lui, colgono sempre il momento per prenderlo in giro, per legarlo, per ridimensionarlo. È atroce leggere come ad ogni nuovo arrivato venga raccontata con dovizia di particolari ridicoli la follia del cavaliere. Per fortuna lo sguardo di Don Chisciotte è sempre 'corretto' dalla sua follia e quando questa comincerà a vacillare, la riconfermerà Sancho. L'unica volta che, invece, Woyzeck sentirà le parole vere ma cattive del dottore e del capitano sul tradimento di Marie, quell'unica volta che udirà frasi non allucinate, comincerà il vortice che lo porterà all'uccisione.
La tragedia è che non c'è via di scampo; chi vede o sente cose che non ci sono o che non dovrebbero essere viste o sentite, deve rimanere folle, vivere nell'apparenza e nell'inganno, perseguitato. A meno che non voglia a sua volta tramutarsi in persecutore. Lupo tra i lupi, pecora tra le pecore.
Questo post, a mio avviso, è pieno di spunti che non ho voluto sviluppare; quale, ad esempio, il connubio tra moralità e soldi; si potrebbe solo aggiungere che il filosofo dev'essere squattrinato. Di questo avevo accennato altrove.
Vi lascio con una scena del Woyzeck di Herzog. Kluas Kinksi è perfetto nel suo ruolo. Il film è stupendo.
A poco più di un anno dalla nascita di questo blog, anche per me è giunto il momento di scrivere un post ancora più inutile degli altri. Spero di suscitare almeno un sorriso, ecco di seguito un'accurata selezione delle chiavi di ricerca (seguite da un mio breve commento) tramite cui si è potuto giungere a questo blog.
Elefantiasi scroto, foto di uomo con l'elefantiasi, elefantiasi del cazzo e così via: dopo attenta ed accurata riflessione, l'elefantiasi sta venendo a me. Ma tutta sta gente, poi, che la cerca a fare? Mah!
catempio.splinder.com: presente! Consiglio: mettete un 'www.' davanti e scrivete il tutto lassù, nell'apposita riga.
www.catempio.splinder.com: bene, vi manca l'ultimo passo!
maiale: grazie. Ho rifatto la prova; ho sfogliato tante pagine di google e il mio blog non c'è... Come cappero ci siete arrivati?
guarda lontano: non mi freghi! Lo so che non c'è nessuno e vuoi solo darmi una cozzata.
i passeri uccelli: ottima precisazione.
il sabato sera giovanile nel regalbutese: nel regalbutese? E quant'è sto regalbutese? A me incuriosisce di più il sabato sera anzianile nel regalbutese.
morte del mio cane, poesia: muore il tuo cane e cerchi la poesia nel mio blog? Mah!
Primeval man duca di Argyll Tempio: questa prova l'avrà fatta Davide! :-P
piccola scultura: le dimensioni non contano...
regalbuto anni 50: c'è nata mia madre.
Stivali tropicali tedeschi: non oso immaginare!
Vestiti magnaccia: hanno un loro catalogo? E come si chiama? Forse fermopostalmarket?
Per iscrizioni al gioco dei pacchiù: Per iscrizioni chiamate il 3387166... ma che cappero è il gioco dei pacchiù?
Ahahah: dài, non tenerti tutto per te! Fa' ridere anche noi!
Pacchiu da scopare a Catania: che se lo sapevo lo dicevo a te!
Barbagianni può entrare in casa: ma prima digli di levarsi le scarpe che ho appena lavato!
Fustoni gay: per informazione: avete trovato qualcosa nel mio blog? Tanto per saperlo...
mal di spalle nella versione olistica: cioè quando ti fanno male tutte le spalle?
traduzione "bieca , o morte, minacci? e in atto orrenda": a me pareva scritta in italiano... mi sarò sbagliato...
Uccello tutto nero becco nero: corvo?
speme polimeni: sì, anche per me Giovanni è fonte di speranza.
10 buoni motivi per abbandonare lo scoutismo: 1) indossano pantaloncini; 2) cantano canzoni stupide; 3) fanno balletti ancora più stupidi; 4) sole o pioggia vanno in giro lo stesso; 5) dormono per terra; 6) vanno a messa; 7) fanno la preghiera prima di mangiare; 8) camminano tanto; 9) indottrinano i bambini sin da piccoli; 10) sorridono e cantano anche nelle difficoltà. Soddisfatto?
Proprio oggi che è il compleanno di questo bloguzzo (compie un anno!) ricevo un bellissimo regalo, il migliore che si possa ricevere. È con immenso piacere e orgoglio che segnalo un articolo di Davide Dell'Ombra che si occupa del sottoscritto. Vi potrete leggere alcuni estratti di mie poesie (anche una intera) e di un mio racconto. È la prima volta che qualcuno si occupa dei miei scritti. So che Davide, per la serietà che lo contraddistingue, se ne ha parlato è perché li apprezza veramente; sono, pertanto, doppiamente contento. Del resto, avere un lettore come lui ed avere perdipiù il privilegio di essere stati oggetto di un suo articolo è veramente una situazione da invidiare. Davide è uno studioso di elevato spessore; chiunque se ne potrà fare un'idea leggendo la sua tesi per la laurea triennale, guardando il suo sito e dando un'occhiata al nostro Tempio Dell'Ombra. Capirete che il mio non è un panegirico ingiustificato.
Ovviamente, quanto ho detto trova riscontro nella serietà dei nostri volti:

Cambiando argomento, colgo l'occasione di questo post per introdurre la nuova canzone che accompagnerà il blog. Si tratta di Staràlfur dei Sigur Ros, un gruppo che ho scoperto questa estate (anche se già me ne aveva parlato una mia amica) grazie ai preziosi suggerimenti di Gianluca (che è un simbolo verginale! Ahaha! :-P).
Sabato sera avevo postato questo messaggio su twitter. Ebbene, non era soltanto un modo di dire: probabilmente entrerò a far parte del guinness dei primati. Non che mi importi di detenere un record; anzi a dire il vero me ne sto strafottendo. Mi piace però l'idea che mi ha coinvolto. Si tratta della costruzione di un tempio, più precisamente del Tempio della Concordia di Agrigento. Questo:

Ora, voi capirete che un filosofo ha un rapporto privilegiato coi templi; io stesso, poi, mi chiamo Tempio e, infine, non dimentichiamo Il Tempio dell'Ombra (che, lo dico solo adesso per chi non l'avesse ancora notato, s'è cambiato d'abito; la nuova veste grafica è veramente bella. Tutto merito di Davide e Viviana).
Dunque, costruiremo, io ed altre centocinquanta persone, tale tempio. Il record consisterà nel fatto che la costruzione sarà tutta fatta con i palloncini. Sì, avete letto bene: palloncini.
L'ideatore del progetto è un mio amico, Vito Lanza, anche noto come Vito Palloncino o lo Hobbit del lago Pozzillo. In questa foto, scattata a settembre a San Vito Lo Capo, lo vedete sui trampoli:
Vito è un artista-artigiano; se visitate il suo sito (lo ripeto: www.vitopalloncino.it) scoprirete a quante attività s'è dedicato. Da un po' di tempo a questa parte si dedica esclusivamente ai palloncini. Cari lettori, gli ho visto fare forme pazzesche! Su tutte la Pantera Rosa e Pippo (quest'ultimo veramente straordinario).
Parlando del progetto per il guiness, ebbene, come ho detto, sarà realizzato il Tempio della Concordia, in scala 2/3 rispetto all'originale. La costruzione di palloncini avrà le seguenti misure in metri: 27x12x7,5. Il numero di palloncini impiegato sarà di 61488 (sì: sessantunomilaquattrocentottantotto), scalzando il vecchio primato di 'soli' 58mila palloncini. Per conseguire il record conta solo il numero dei palloncini ed il loro diametro (non inferiore ai 20 cm); quindi non ha importanza né il tempo in cui si realizza la costruzione, né quante persone vi contribuiscono. Difatti Vito sta reclutando 150 volontari che lo aiutino, con la sola restrizione che devono essere tutti regalbutesi.
L'evento si svolgerà il 22 dicembre del 2008, presso il Palazzetto dello sport di Regalbuto.
Insomma, carusi, mi mancava solo questa!
L'onesto rifiuto è il titolo non solo di questo post, ma anche e soprattutto di una poesia di Guido Gozzano, poesia che ho riportato tempo addietro.
Questo post che state leggendo tratta di un poeta; però, come direbbe Schopenhauer, «il poeta coglie l'idea, l'essenza dell'umanità, fuori di ogni relazione, fuori di ogni tempo, l'adeguata oggettità della cosa in sé nel suo grado più alto»1. Così ciò che è vero per un poeta è parimente vero per tutti gli altri poeti; nondimeno è vero per tutti gli uomini. Dunque, limitandomi a me stesso in quanto uomo e (forse) poeta, è un onesto rifiuto quello che vi offro. Lo porgo gentilmente a tutti; lo rivolgo a chiunque entri in relazione o rapporto con me. Io vi rifiuto. Non perché non vi stimi, non mi piacciate o quant'altro; bensì per incapacità. In me troverete solo questa, ed io vi metto in guardia.
Questo post, dicevo, tratta di un poeta. Come il suonatore Jones cantato da Fabrizio De André, vi sono persone marchiate, etichettate per tutta la vita (ed anche oltre essa), cosicché «se la gente sa che sai suonare, suonare ti tocca per tutta la vita». Il poeta in questione fu narratore onirico, critico, saggista e, ecco il marchio, traduttore. Già, perché Angelo Maria Ripellino, ci fosse bisogno di ricordarlo, fu un grande (forse il più grande) slavista. In un post precedente v'è pure qualche sua traduzione di poesie di Majakovskij.
Eppure Ripellino fu un eccellente poeta e sentì tutto il peso di quell'etichetta. Ora, nessuno vuol negare il suo lavoro di traduttore, che fu l'opera di un'intera esistenza; e neppure si vuol disgiungere la critica e la saggistica dalla poesia, contiguità sancita, tra l'altro da Ripellino stesso; ma la dimensione che egli avvertiva come più personale ed intima, come più essenziale, è proprio la poesia, tanto da pesargli l'essere additato sempre e comunque solo come slavista, fino a giungere ad affermare, contro quelli che gli gridano in faccia quella parola, “slavista”:
«Chiedo perdono. È deciso. La prossima volta
farò un altro mestiere»2.
In questa sede, coerentemente col titolo e l'argomento del post, mi occuperò solo di un aspetto della poesia di Ripellino, aspetto che, tra l'altra, mi pare sia il più riuscito dell'intera produzione. Segnatamente, mi riferisco ai versi più spiccatamente lirici, dove il poeta è messo in primo piano di contro al prevalere delle descrizioni e dei formalismi delle metafore ardite e dei giochi di parola frenetici su cui spesso egli ama indugiare. Le poesie, dunque, che prediligo a volte paiono addirittura porsi su un piano metapoetico; in realtà le domande circa l'essenza della poesia, il suo inserirsi nel contesto sociale e mondano, fanno tuttuno con l'essere del poeta: se la poesia ha senso, Ripellino ha senso; se quella non lo ha, non lo avrà neanche Ripellino. Sveliamo in anticipo (perché prima o dopo, dati questi termini, sono mere apparenze) che il senso non si dà; la raccolta Lo splendido violino verde si chiude con i seguenti versi:
«Quanta enfasi, quanta arroganza cetrulla.
O vita, o Hanna Schygulla3,
sciantosa di varietà, sulla riva
del Nulla.4»
In questo agitarsi invano nel Nulla che ci circonda, il poeta è solo un essere smarrito:
«Io sono un labile, lamentoso carnevale
con il midollo conigliesco dell'autunno.
Gli amici potrebbero testimoniare la mia inesistenza,
il mio umido stato di maschera, a stento
tenuta in piedi da apotecarie ricette.
[...]
Finita la festa non tornerò. Me ne vado nella caligine,
con lunghe bende di Lazzaro, stelle filanti.5»
Gli innumerevoli personaggi che affollano i versi di Ripellino fanno parte di un repertorio onirico ed al contempo reale: sono clown, pagliacci, suonatori sghembi, violinisti, astrologi, venditori, imbonitori, ma anche borghesucci e benpensanti. Il poeta stesso diviene un violinista, il suo canto poesia; ma permane il dubbio:
«Credi ancora che qualcuno ci ascolti,
ammaliato dal tuo scintillio di metallo, dai tuoi occhi verdastri?»6.
Il poeta è solo un 'commerciante di chiacchiere', dalla sensibilità acuita ma inutile:
«Mi tagliano il cuore gli archetti,
e tra i cocci e i brandelli di questo deserto
chi può rendermi certo
che sono vivo
e che ha un senso quello che scrivo
nel lugubre argento del lume?7»
La conoscenza stessa, concretizzata in versi, è vissuta come priva di senso, che andrà a mescolarsi nel calderone oscuro della morte:
«A che ti serve sapere più di un garzone fornaio,
in questa effimera carnevalata,
tu casciolella di angosce, tu pellegrino,
costretto a sorbire la vita con un misurino di lacrime,
fascina di fragili legna con indorate ritorte,
navigatore burlato?
La conoscenza è un vespaio, un ginepraio:
a che ti serve? Sarai pure tu spennacchiato
dal cardo violaceo che chiamano morte8».
Eppure quello del poeta è un destino strano; già Kierkegaard nel primo frammento dei Diapsalmata ci dice che un poeta è un uomo le cui labbra sono configurate in tal modo che le sue sofferenze sono dagli altri intese come un dolce canto; e così anche per Ripellino:
«Una creatura terrestre tu sei, destinata a soffrire.
Non altro ti tocca
che cambiare la maschera continuamente,
fingere che ogni vampata sia miele
nella tua bocca9»
Eppure in mezzo a tanto sconfinato dolore, a tanta cupa tristezza che si tinge di tutta la scala cromatica, ma che anche quando pare splendere di colori sgargianti è sempre offuscata da una patina di sofferenza, ebbene, anche in mezzo a tutto questo rifulgono note di gioia, tanto isolate da accresce la pervasiva e solida sensazione di sconforto:
«L'amabile arte di farsi dei nemici,
pascendosi di fumo di poesia,
scherzando con tutto e con tutti come farfalle,
abbagliati dal quarzo del cielo inebriante,
e in barba ai cerei cipigli, alle baie dei cerusici,
ai loro divieti e precetti e al canchero che se li mangi,
svolazzare senza ragione, ubriacarsi di giallo,
ciarlare come le gazze, ridere stupidamente.10»
L'onesto rifiuto, dunque, di me stesso; rifiutatemi o, in ogni caso, prima o poi, vi rifiuterò. Inadatto alla vita, a questa vita, cioè a tutte le forme di vita, concordo con Ripellino nel dire che «il poeta, anche se ne riflette diagonalmente l'aspetto e l'indole, è sempre in dissidio con la società e coi giorni in cui vive»11. Questo dissidio è una mera incapacità alla sordidezza ed all'inedia dei giorni; e siccome non tutti i giorni, e nei giorni non tutte le ore, possono essere poetici, il poeta è insopportabile. Io vi rifiuto! Dunque vi esorto: per non farvi rifiutare, rifiutatemi voi!
Anche se (e con questo chiudo):
«dicono che la vita sia breve
e che il poeta sia un impostore,
ma è bello che mille occhi di donne
come semi di mele scintillino
dai margini verdi della città del tuo cuore»12.
P.s. Sono un convinto sostenitore della grandezza poetica di Ripellino. In brevi parole, dico solo che la qualità delle sue poesia è molto varia; si va da versi poco più che decenti, appesantiti a dismisura da elenchi e stilemi aspri, nonché da giochi di parola non sempre profondi, fino a veri e propri capolavori, e sono tanti. Riporto per intero, cogliendo l'occasione di questo post, quella che reputo una delle sue poesie più riuscite. Soprattutto l'incipit ed i tre versi conclusivi sono da somme poeta e linguista consumato. Quando lessi i primi due versi, in una sera sonnacchiosa di fine ottobre, sobbalzai dal letto, come quando tra la folla di un paese sconosciuto ci si sente chiamare per nome:
«La furia della neve ti manca,
tu nera, tu calma.
L'impeto di uno Schlager ti manca,
tu già statuina, già madia, già d'angolo.
Lascia che giri pazzo l'orologio al contrario,
arrossati le guance come tegole, Frau Schminke,
imbroglia i piedini in un lungo cappotto-sudario:
verrò alle cinque.
Agita le manine di pupattola,
da Bambino di Praga,
non essere malva, ma salvami dagli abissi,
tu, benché muta madia, mutevole maga.
Saliremo sui freddi cristalli di un verde poliedro stasera,
per stare in cima dolcissimi, saporitissimi,
come due santi di cera»13.
1A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, Vol I, BUR, Milano 2003, pag. 470.
2A. M. Ripellino, Notizie dal diluvio. Sinfonietta. Lo splendido violino verde, Einaudi, Torino 2007, pag. 16.
3Hanna Schygulla è un'attrice tedesca caratterizzata dalla recitazione lenta, straniata e dallo sguardo perso nel vuoto.
4A. M. Ripellino, Notizie dal diluvio. Sinfonietta. Lo splendido violino verde, cit., pag. 292.
5Ivi, pag. 67.
6Ivi, pag. 15.
7Ivi, pag. 258.
8Ivi, pag. 178.
9Ivi, pag. 149.
10Ivi, pag. 81.
11Ivi, pag. 295.
12Ivi, pag. 239.
13Ivi, pag. 115.
Con la scusa di far vedere alcune foto ai lettori di questo blog nato ridendo e proseguito piagnucolando (ma almeno lui c’è nato ridendo, a differenza di noi che nasciamo piangendo; m’è venuta in mente, anche se non c’entra tanto, una frase di Homer Simpson: «Voglio andarmene da questo mondo così come ci sono venuto: sporco, in lacrime e strappato dalla donna che amo»), bene con la scusa di far vedere alcune foto che appagheranno (ma solo un po’) il mio narcisismo, colgo l’occasione per inserire un nuovo brano. O forse con la scusa di un nuovo brano colgo l’occasione di inserire alcune foto. Insomma, fatto sta che avremo foto e brano.
Andiamo con ordine, o senza; ma tant’è, in quanto l’ordine lo creiamo noi, o almeno crediamo di crearlo.
Le foto risalgono a ieri pomeriggio. Spesso mi sono soffermato sulla maschera, sul fatto che mi sento più reale quando sono mascherate, e così via con altre amenità del genere. Ebbene, finalmente ho qualche foto (ma presto me ne daranno delle altre e le metterò su flickr o qui) di una delle mie mascherate, l’ultima, in ordine di tempo. Dovevo essere Patch Adams o giù di lì; ma ovviamente ne è venuto fuori un medico strampalato a modo mio, con annessi strumenti da carnefice e camice della Italcarni. Ecco le foto, dove c’è anche la mia (splendida) assistente.




Bene, il brano che udite, invece, è un ‘madrigale guerriero’ (in questo caso un sonetto musicato) del grande Claudio Monteverdi. Udirete facilmente che la musica sottolinea lo stato d’animo espresso dai versi; Monteverdi è stato tra i primi a teorizzare una così stretta rispondenza tra musica e sentimento; in altre composizioni, su tutte lo stupendo Combattimento di Tancredi e Clorinda, gli strumenti sono utilizzati addirittura in funzione onomatopeica, con gli archi che imitano il suono delle spade che si incrociano e del cozzare degli scudi. Ad ogni modo, ecco il testo (non sempre chiarissimo nello snodarsi quasi a canone) del madrigale guerriero, brano datato, pensate un po’, 1638.
Ardo, avvampo, mi struggo, accorrete,
amici, vicino all’infiammato loco!
Al ladro, accorrete! Al tradimento! Al foco!
Scale, accette, martelli, acqua prendete!
E voi torri sacrate anco tacete?
Su! Bronzi, su! Ch’io dal gridar son roco.
Dite il periglio altrui non lieve o poco,
e degli incendi miei pietà chiedete!
Son due begli occhi il ladro, e secco amore
l’incendiario che l’inique faci
dentro la rocca m’avventò del core!
«Ecco i rimedi omai vani e fallaci»,
mi dice ognun: «lascia, lascia ch’el core
per sì beato ardor s’incenerisca, e taci».
Credevo di aver perso ogni entusiasmo, di non essere capace di sentirmi così totalmente avvolto da alcune poesie e che i miei ardori “giovanili” fossero scomparsi. Che paradosso: allora, quando avevo diciannove e mi sentivo vecchio, mi entusiasmo facilmente ed oggi quell’entusiasmo lo definisco giovanile; oggi che di anni ne ho venticinque e non mi sento vecchio, anzi vorrei proprio invecchiare (se mi sarà dato in grazia o castigo di arrivarci) per trattare tutti con la stessa disponibilità con cui tratto i bambini; dunque nei miei venticinque anni credevo d’aver perso ogni entusiasmo per vita, poesia, libri, amici e ciò che dir si voglia. Non che non provassi più alcun piacere, ma l’entusiasmo implica una specie di trasporto, come quando si fa qualcosa per la prima volta, come quando si è bambini e si aspetta con ansia un amichetto a casa.
E ci voleva proprio un suicida a far rinascere il mio entusiasmo. Foss’anche nella veste di entusiasmo suicida. L’illusione che questo blog sia troppo pubblico e perciò ‘vuoto’ mi fa dire fin troppo facilmente che la possibilità del suicidio si affaccia in questi ultimi giorni troppo di frequente nella mia perturbata mente. Ma non sono qui per parlare di me. (Niente)
Descriverò, se possibile, cercando di citare quanti più versi e di limitare le mie parole, l’entusiasmo per Vladimir Majakovskij. Concordando con l’opinione di Ripellino (che l’onnipresente m’aveva già consigliato), secondo cui «è tempo di affermare che la parte più valida della poesia di Majakovskij è quella del periodo precedente al rivoluzione e che, anche dopo, il meglio di lui è nei versi che si ricollegano al cubofuturismo» (A. M. Ripellino, Letteratura come itinerario del meraviglioso, Einaudi, Torino 1968, pag. 269), il primo dubbio che mi si è sollevato è questo: perché, da poeta, devo essere narcisista, egotista, tragicomico, inevitabilmente suicida? Cioè, perché Majakovskij, e quindi anch’io entusiasta di lui, trovo il suo vertiginoso afflato lirico inestricabilmente connesso alla società, alla satira, al mondo bastardo e fottuto?
Quando la poesia di Majakovskij tenta d’essere solo politica, risulta persino noiosa; quando insiste esclusivamente sull’amore è insipida. Basti pensare che dopo l’eccellente poema Flauto di vertebre stava scrivendo un nuovo poema sull’amore, Don Giovanni. Lilja Brik, sua straordinaria compagna per molti anni, così ricorda:
«Mi recitò l’ultimo poema, mentre passeggiavamo. Ero arrabbiata per era ancora sull’amore. Non l’aveva annoiato quel soggetto? Volodja [nome affettuoso per Vladimir] tirò fuori il manoscritto, lo fece a pezzi e lo gettò al vento».
È in versi come questi che risalta la potenza e lo straordinario estro poetico di Majakovskij:
«Ma, senza biasimarmi né insultarmi,
spargeranno di fiori la mia strada, come davanti a un profeta.
Tutti costoro dai nasi sprofondati lo sanno:
io sono il vostro poeta.
Come una taverna mi spaura il vostro tremendo giudizio!
Solo, attraversando gli edifici in fiamme,
le prostitute mi porteranno sulle braccia come una reliquia
mostrandomi a Dio per loro discolpa.
E Dio romperà sopra il mio libricino!
Non parole, ma spasmi appallottolati;
e correrà per il cielo coi miei versi sotto l’ascella
per leggerli, ansando, ai suoi conoscenti.»
(da Eppure, vv. 11-22, trad. di A. M. Ripellino).
La figura di Majakovskij, alta quasi due metri, prorompente, quasi da pugile peso massimo, abbigliata da bohemien, con una blusa gialla cucita in casa, mentre declama con talento (fu anche attore e sceneggiatore, nonché con un particolare senso della regia; ma se è per questo fu anche pittore e illustratore) i propri versi, crea scandalo e scalpore:
«Io mi cucirò neri calzoni
del velluto della mia voce.
E una blusa gialla di tre tese di tramonto.
Per il Nevskij del mondo, per le sue strisce levigate
andrò girellando col passo di Don Giovanni e di bellimbusto»
(da La blusa del bellimbusto, vv. 1-5, trad. di A. M. Ripellino).
La pretesa irresistibilità di Majakovskij (secondo la Brik uno dei motivi del suicidio sarebbe il fatto che la donna che egli amava in quel periodo avrebbe secondo lui dovuto lasciare il marito, cosa che ella non fece, minando l’irresistibilità del poeta) tale irresistibilità, dunque, è sempre vista da un piano lirico-politico; l’amore per una russa emigrata a Parigi mostra chiaramente come la “conquista” della donna sia in realtà la conquista della stessa Parigi:
«Vieni qui,
vieni all’incrocio
delle mie grandi
e rudi braccia.
Non vuoi?
Restaci allora, e sverna,
e questo
affronto
mettiamolo nel conto.
Non me ne importa,
un giorno
ti prenderò –
te sola
o con tutta Parigi.»
(da Lettera a Tat’jana Jakoleva, trad. di G. Giudici)
Il tema del suicidio era ricorrente, più che nell’opera, nel pensiero di Majakovskij. Tentò di suicidarsi già nel 1916, salvandosi solo perché la pistola fece cilecca al primo colpo ed egli non ebbe il coraggio di ritentare. Anche per contrasto, il tema emerge da questi versi:
«E non mi getterò giù nella tromba delle scale
e non berrò il veleno
né premerò il grilletto dell’arma sulla tempia»
(da LiliÄka! In luogo di una lettera, vv. 50-52, trad. di G. Giudici).
Anche nei versi scritti per la morte (un altro suicidio) del poeta amico-nemico Esènin ebbe a concludere:
«In questa vita
non è difficile
morire.
Vivere
è di gran lunga più difficile»
(da A Sergèj Esènin, trad. di A. M. Ripellino).
Mi piace concludere citando versi stupendi (anche perché la traduzione stessa è poetica) del poema Flauto di vertebre:
«PROLOGO
A voi tutte,
che piacete o siete piaciute,
icone serbate dall’anima dentro i suoi antri,
in un brindisi alla vostra salute,
alzo il cranio traboccante di canti.
Mi chiedo ancora ed ancora
se non sia meglio mettere il punto
d’un proiettile all’essere mio.
Oggi io darò
per l’appunto
un concerto d’addio.
Raduna, o memoria,
del cervello dentro il vestibolo,
le femmine amate in lunghi filari.
D’occhio in occhio versa il tuo giubilo.
Travesti la notte in antichi sponsali.
Traversa di corpo in corpo il tuo gaudio.
Che questa notte sia memorabile.
Oggi io suonerò il flauto
sulla mia colonna spinale.»
(trad. di R, Poggioli)
Infine, vi lascio con La nuvola in calzoni recitata da Carmelo Bene.
Qui nel mio paesello, in questa Regalbuto dove le ottomila persone che la abitano esemplano la schifezza e lo splendore del mondo, c’è un cane, per lo più randagio, che si accompagna spesso con un altro randagio, una sorta di menestrello d’altri tempi la cui principale occupazione è intonare serenate notturne per gli sposi la sera del dì di nozze.
Ebbene, questo cane ha la strana abitudine, acquisita chissà quando e perché (nonostante si possano fare delle supposizioni, nessuna è certa), di accompagnare fino al cimitero ogni corteo funebre. Quando sente le campane suonare a morto, lancia una sorta di lamento e si accoda alla processione dietro l’automobile con la bara; si va dunque, con il cane, a piedi, dalla chiesa al cimitero. Il cane segue silenzioso le persone; giunge fino alla tomba, attende seduto o sdraiato e, quando si accorge che la gente comincia a sfollare, ritorna altrettanto silenzioso ai suoi vagabondaggi.
Se questo cane non è la stessa morte o un suo emissario, è senz’altro qualcosa di molto simile, giacché esso non distingue, non fa eccezioni: accompagna tutti i morti. Per lui un morto vale l’altro; dà un lamento per ciascuno, non piange per nessuno, ma accompagna tutti.
Anche per me le morti, tutto sommato, sono state finora tutte uguali; tutte con gli stessi ridicoli (eppure così necessari per gli altri) riti; tutti con le stesse lacrime, con gli stessi discorsi, gli identici luoghi comuni, la mia insofferenza che ieri (al funerale della nonna di una mia cara amica) mi ha condotto a pensare: «Meno male che quando sarò io a morire non potrò assistere ad un simile spettacolo!».
E proprio ieri, dunque, sono passato davanti a quel che resta dell’unica morte che finora m’ha fatto veramente male; a tal punto che ancora ieri, dopo quasi otto anni, ho sentito una fitta allo stomaco vedendo, come ho detto, quel che resta di quella morte, ossia la cappella, le foto, i fiori… Nulla più.
La notte tra il 14 e il 15 dicembre del 2000 morì la mia amica Ketty, a soli 18 anni e dopo poco più di un mese di malattia. Quale? Non si capì, si capì tardi, io non lo capii mai. Tuttora non ne sono sicuro. Una setticemia? Forse…
Ieri rividi le sue foto, là nella tomba; e dei fogli che sua madre ha raccolto, dove ci sono anche alcune mie poesie che scrissi quando morì e per alcuni anni nel giorno dell’anniversario. Ho un ricordo ancora vivo (e perciò tanto più doloroso) di tutto quel periodo; qualche tempo prima ero stato anche un po’ infatuato di lei. Avevo i miei bei diciassette anni ed alle spalle otto mesi di ipocondria che non mi faceva dormire la notte e mi causava strani fastidi allo stomaco; figuratevi che nel giro di pochi mesi m’era venuto il morbillo (a 17 anni!) e un’infezione sulla nuca che mi fece perdere per qualche mese un piccolo cerchiolino di capelli. Credevo io stesso, quasi ogni notte, di dover morire. Era, però, pur sempre il fiore della giovinezza; mi divertivo, mi innamoravo, pur stando male, malissimo.
È strano ora considerare come la morte di Ketty m’abbia guarito; quando morì smisi di stare male, almeno nel senso di prima. Ciò che per qualcuno è la morte, per qualche altro pare essere una sorta di salvezza. I cristiani in questo vedrebbero un segno della provvidenza, sentendosi tanto importanti, al punto da poter considerare la morte di qualcuno come un’opera compiuta dal loro Dio al fine di apportare un bene a loro. Non v’è, in verità, atteggiamento più superbo. Io vedo invece un passaggio dalla possibilità della morte alla sua realtà. La realtà della morte aveva spazzato la possibilità che mi sprofondava nell’ipocondria, nel malessere, nell’insonnia. Mi gettava, tuttavia, in una sofferenza più estrema e sofisticata, ossia, abbandonata quella della possibilità di non poter essere più, la sofferenza della realtà dell’esistere.
Tenevo, allora molto meno sporadicamente che adesso, un diario. Seppi della morte di Ketty quando scesi dall’autobus nel freddo invernale di Leonforte, dove studiavo al liceo. Ne scrissi così:
«15/12/2000
Oggi non ci sono nuvole. C’è un bel sole; c’è anche una sbiadita luna. Ma niente nuvole; neanche una. Solo un bel cielo azzurro. Non sembra neanche dicembre.
Ketty è morta stanotte.
Io non voglio cancellare il suo nome dal mio cellulare. Il cielo è azzurro come gli occhi di Ketty ormai spenti per sempre. Per me non morirà mai. Conserverò nel mio cuore l’immagine di lei che mi saluta con la lingua di fuori. Non voglio cancellare il suo nome dal mio cellulare.»
Raramente parlo di questi eventi. Gli stessi amici del circolo di Catania (nonché miei più assidui lettori) credo non ne sapessero nulla. Affido ora queste vicende alla scrittura, seppure nella veste di una scrittura che si confonderà e disperderà nell’universo intricato e labirintico del web. È giusto così.
La lettura de La fuggitiva (o Albertine scomparsa; si guardi il post precedente) mi ha illuminato, svelato e descritto sensazioni che provo; come il dimenticare il viso di chi non c’è più, obliare piano piano quasi tutto, eventi, situazioni, episodi frasi.
Si confronti, poi, questo passo con quanto scrissi sul mio diario. Ecco il brano di Proust:
«E il pensiero che questa domanda [se e con chi avesse avuto rapporti a Balbec] che avrei voluto, che mi sembrava d’essere sul punto di porle, avendo portato repentinamente Albertine al mio fianco, non grazie a uno sforzo di resurrezione, ma come per la combinazione d’uno di quegli incontri da cui – come nelle fotografia non “in posa”, nelle istantanee – una persona risulta sempre più viva, nello stesso momento in cui immaginavo la nostra conversazione io ne sentivo l’impossibilità» (Marcel Proust, Albertine scomparsa, in Alla ricerca del tempo perduto, vol. IV, Mondadori, Milano 1993, pagg. 92-93).
Ed ecco il brano del mio diario:
«17/12/2000
Quando portarono il suo corpo racchiuso ormai dentro la bara, non volli andare subito da lei. Ci andò invece mia madre. Allora la madre di Ketty disse alla mia: “Ma tuo figlio non viene? Ketty lo sta aspettando...” Dopo un paio d’ore mia madre ritornò a casa di Ketty sempre senza di me; la madre di Ketty disse di nuovo: “Ma tuo figlio non viene? Ketty lo sta aspettando...”
Ci andai la sera. […] Arrivai a casa sua; poi di fronte alla sua bara bianca e vidi che sopra c’era una sua foto. Stranamente non piansi, perché nella foto notai che non c’era il sorriso sul suo volto. C’erano uno sguardo evasivo e un’espressione di disagio che rendevano la foto così naturale che per un momento la rividi più viva che mai.»
Forse solo chi ha vissuto una situazione simile può comprendere come ci si possa sentire in colpa di sopravvivere a qualcuno. Perché è morta lei e non io? Si è pervasi da un senso di ingiustizia, ma come se gli artefici e coloro che subiscono l’ingiustizia fossero la stessa persona e cioè noi stessi. Chi muore non è più niente; non può subire ingiustizie, o meglio, non può sentirle; io che non sono morto mi sento ingiusto nei suoi confronti, perché le sopravvivo, eppure sento addosso tutto il peso di questa ingiustizia. E la convinzione che ho adesso è che la colpa, l’ingiustizia siano categorie inappropriate; tutto è giusto, il che vuol dire che nulla lo è perché se nulla è ingiusto, nulla può essere giusto.
I primi mesi dopo la morte di Ketty, come sempre accade, credo di vederla, di intravedere un cappellino come quello che aveva, di scorgerla da lontano e di rimanerne sorpreso. Pensavo, come Proust, che non mi sarei mai rassegnato a non vederla mai più.
Tutto è giusto, però, nel senso che tutto è corretto, perché inevitabile, necessario, pure l’oblio e ciò che non avrei mai creduto, ossia la rassegnazione al fatto solido e consistente che, dovessi girare la terra da cima a fondo, Ketty non la rivedrò mai più.